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Margaret Atwood, Negoziando con le ombre

Fatema Mernissi, L'harem e l'Occidente

IVO ANDRIC, Il ponte sulla Drina

 

Margaret Atwood, Negoziando con le ombre, Ponte alle Grazie 2002, euro 13,50.

Margaret Atwood è una scrittrice canadese (come Alice Munro cui fa riferimento nel primo capitolo).
Ha cominciato a diciannove anni, scrivendo poesie. Da allora ha scritto venticinque libri,soprattutto romanzi e racconti, ma anche poesie e saggi.
Arrivata a questo punto, deve aver sentito il bisogno di fare un bilancio: questo libro è la trascrizione di sei lezioni sulla scrittura tenute nell'anno 2000 presso l'Università di Cambridge.
Lezioni non su come si scrive, ma sullo scrittore, sulle sue motivazioni, e su come viene percepito e giudicato dalla società.
In questa luce la Atwood affronta il tema del doppio. "Il semplice atto di scrivere divide l'Io in due", uno è l'Autore, e l'altro è colui che presta il suo corpo e il suo vissuto a chi scrive. Lo scrittore scrive su se stesso e nel far così perde pezzi del suo Io travasandoli nella sua opera.
Può accadere che lo scrittore, diventando famoso, venga oscurato dall'immagine di sé che lui stesso ha creato: "Byron un giorno si risvegliò famoso, e fu identificato con la figura byroniana della sua poesia...non sarebbe mai potuto vivere all'altezza delle aspettative".
La scrittrice s'interroga anche sul rapporto arte/denaro. Scrivere per denaro equivale ad essere una prostituta? Cechov cominciò la sua carriera scrivendo per denaro, per aiutare la sua famiglia. Questo ha fatto di lui un autore ignobile? 
E che cos'è che fa di un romanzo un'opera d'arte? 
Molto interessante il quarto capitolo in cui è affrontata la relazione dell'arte con la morale.
Se un uomo uccide qualcuno è un assassino, ma se uno scrittore uccide qualcuno in un libro di che cosa si rende colpevole? e se il suo omicidio fittizio ispirasse qualcun altro a commetterne uno reale? 
Che l'autore lo voglia o no, dice la Atwood, non è possibile scrivere una storia senza alcuna implicazione morale. Perché una storia ha degli sviluppi e il lettore avrà le sue opinioni a riguardo e giudicherà quegli sviluppi giusti o sbagliati.
Secondo Oscar Wilde nessuno scrittore ha intenti morali, il vizio e la virtù sono per un artista semplicemente dei materiali. L'arte è completamente inutile, non deve porsi fini esterni ad essa.
Anche Flannery O'Connor si era posta il problema della responsabilità riguardo al turbare qualcuno con i propri libri, sostanzialmente assolvendo lo scrittore (vedi comunque la complessa concezione dell'artista in quanto scrittrice cattolica).
Può essere utile leggere quanto ha scritto Abraham Yehoshua in un libro di qualche tempo fa: Il potere terribile di una piccola colpa, Einaudi 2000, riguardo all'evoluzione morale del personaggio nell'ambito di un racconto o romanzo. 
Il titolo del libro di cui sto scrivendo:"Negoziando con le ombre", traduzione erronea (immagino volutamente) di "Negoziando con la morte", fa riferimento all'ultimo capitolo.
In quest'ultima parte la Atwood si interroga sul perché si scrive.
La risposta è: per affrontare la paura della morte.
Per far questo bisogna avere il coraggio di scendere agli Inferi e andare a prendere le storie dai morti. E infatti chiunque voglia scrivere dovrà scendere a patti con quelli, scrittori o no, che sono vissuti prima di lui.
Così lo scrittore potrà sopravvivere attraverso la sua opera, oppure potrà riportare in vita qualcuno che gli interessa (vedi Dante che secondo Borges scrisse la Divina Commedia per riportare in vita Beatrice), mettendone su carta il ricordo. 

t.s.          


Fatema Mernissi, L'harem e l'Occidente, Giunti, Firenze 2000. 


Fatema Mernissi ha sessanta anni, è una sociologa marocchina di fede islamica, insegna all'Università di Rabat, ed è molto impegnata nel promuovere i diritti delle donne islamiche e lo sviluppo di una società civile democratica e pluralista.
Riguardo alla questione femminile Mernissi propone una tesi paradossale: la donna occidentale è velata così come quella che vive nella società islamica.
Il suo velo è costituito dall'obbligo di mantenersi sempre giovane e magra. E' negato ogni valore alle doti di esperienza che sono proprie delle donne più grandi o al rifiuto di vivere il proprio corpo come mero strumento di seduzione dell'uomo.
Secondo Fatema l'uomo orientale rinchiudeva le donne nell'harem perché le considerava temibili avversarie. Oggi impone ad esse il velo per togliere loro visibilità e libertà di movimento, in modo che non possano rivaleggiare con lui nella gestione della vita pubblica.
Tuttavia oggi la donna nelle società islamiche sta facendo passi da gigante nel guadagnare libertà e lavoro, grazie ad Internet e alle TV satellitari che trasmettono la cultura del resto del mondo ( pensate ad Al Jazeera), ed alla capacità delle donne di apprendere le nuove tecnologie.
Il risultato è che nei paesi islamici il trenta per cento dei nuovi laureati e un terzo degli addetti a queste nuove tecnologie sono per l'appunto donne, superando addirittura alcuni paesi europei. 
Nel libro vengono quindi esaltati gli elementi di democratizzazione per la società islamica e di emancipazione per la donna, insiti nel processo di globalizzazione.
Secondo Mernissi, e qui viene ripresa la tesi paradossale di cui dicevamo sopra, l'uomo occidentale impone alla donna una violenza più subdola e sottile, in quanto non esiste uno spazio di reclusione visibile; qui la violenza agisce attraverso modelli imposti dai media: vedi la moda delle ragazze-velina o la scissione tra bella e scema/ brutta e intelligente.
Fatema ammette che l'harem era una prigione per la donna, lei stessa è nata in un harem, ma critica la visione che ne hanno gli occidentali come di un semplice luogo di sottomissione della donna e di piacere per l'uomo. 
La donna che viveva nell'harem, secondo Fatema, era forte colta e combattiva, e il suo modello era la Sherazade delle "Mille e una notte". 
Ma c'è di più: gli orientali apprezzano l' intelligenza in una donna, anzi per loro l'intelligenza è una forma di bellezza, la donna con la sua intelligenza eccita la mente dell'uomo, prima ancora dei sensi.
A me sembra che l' immagine dell'harem data dall'autrice sia molto idealizzata, considerando il fatto che la donna dell'harem era una prigioniera.
Per harem infatti s'intende una situazione familiare in cui la donna è relegata in una parte apposita della casa, con divieto di uscirne. 
Inoltre i diritti del marito e della moglie erano (non so come stiano le cose attualmente) ben diversi. La moglie poteva avere un solo marito, il marito invece fino a quattro mogli, oltre ad un numero imprecisato di concubine.
Il marito poteva ripudiare la moglie, la moglie aveva grandissime difficoltà a vedersi riconosciuto il divorzio. 
Anche per ereditare la donna non aveva gli stessi diritti dell'uomo. 
Se una donna veniva uccisa, il risarcimento finanziario che spettava ai parenti era la metà di quello che sarebbe spettato se fosse stata un uomo.
Per non parlare del fatto che in alcuni paesi islamici la pratica dell'harem è ancora vigente.
Io concordo con le critiche della Mernissi alla donna-oggetto occidentale; provo un fastidio sempre crescente quando in uno stesso spettacolo televisivo sono presenti uomini vestiti di tutto punto e ragazze in costume da bagno, sia pur ornato di strass.
E tuttavia mi pare diversa la situazione della donna occidentale, sia pur condizionata dai modelli simbolici imposti dai mass media. 
Da questi ultimi è sempre possibile distaccarsi, operando una presa di coscienza; ben diverso spezzare le catene anche fisiche dell'harem.

t.s.          



IVO ANDRIC, Il ponte sulla Drina, trad. di Bruno Meriggi, Mondadori Milano.

 

Ivo Andric' nacque nel 1892 nella Bosnia settentrionale da una famiglia cattolica di artigiani.

Il padre, morto precocemente, lasciò la famiglia in povertà. Nonostante ciò il giovane Ivo riuscì a terminare le scuole e ad iscriversi all'Università.
Seguì corsi di filosofia a Zagabria, Vienna e Cracovia.
Tornato in patria si iscrisse al movimento della gioventù del Kosovo entrando in contatto col gruppo che organizzò l'attentato all'arciduca Ferdinando d'Austria a Seraievo nel 1914.

Venne arrestato e in carcere cominciò a scrivere delle meditazioni liriche. Nel 1917 fu graziato, andò a vivere a Zagabria e, dopo aver ultimato gli studi all'università di Graz, fu diplomatico,al servizio del regno di Jugoslavia, in molte città europee.
Parallelamente svolse un'intensa attività letteraria, scrivendo novelle e racconti sulla gente e la storia della sua terra. Ottenne il premio Nobel nel 1961.

Il ponte sulla Drina è un racconto epico dedicato alla sua città di Visegrad. Presenta una galleria di personaggi e di episodi che abbracciano quasi cinque secoli di storia, dalla metà del XV secolo allo scoppio della prima guerra mondiale: evento che rappresentò la sparizione di un mondo e anche del ponte sulla Drina.

Il ponte fu voluto da  Mehmed Pascià Sokoli, che non avrebbe mai dimenticato il passaggio pericoloso attraverso il fiume quando, bambino, insieme ad altri bambini bosniaci e kosovari rapiti, fu strappato alla sua famiglia per essere istruito nelle armi e nelle scienze ad Istanbul.
Sarebbe poi diventato un grande generale e amministratore dell'impero ottomano.

L'architetto del ponte era il migliore dell'epoca, Tofun Efendija, un cristiano islamizzato di corporatura minuta, pallido e giallo, nato in una delle isole greche che, per ordine di Mehmed Pascià, aveva costruito molte opere pie a Istanbul.(cap. III, pag.37)

La costruzione del ponte che doveva congiungere le alte sponde del fiume impetuoso fu un lavoro tremendo e difficile, quasi disumano. La difficile opera approdò a buon fine soltanto quando, al posto dei lavori forzati, della tortura e dell'oppressione, un nuovo supervisore decise di usare metodi più umani concedendo agli operai cibo e denaro.

Il ponte, che congiungeva occidente ed oriente, divenne il simbolo della stabilità della vita comunitaria nel fluire del tempo: questo grande ponte di pietra, preziosa costruzione di singolare bellezza, quale non posseggono neppure cittadine assai più ricche e frequentate..., è infatti l'unico mezzo di comunicazione stabile e sicuro in tutto il medio ed alto corso della Drina e costituisce un anello indispensabile sulla strada che congiunge la Bosnia con la Serbia e, oltre la Serbia, più in là, con le rimanenti contrade dell'impero turco, fino a Istanbul.(cap.I, pag.16)

Il ponte era al centro della vita degli abitanti di Visegrad. Su di esso sbocciavano i primi amori, avvenivano gli incontri importanti, si svolgevano affari e litigi, si facevano accordi, si vendevano le primizie dei campi, si ritrovavano giovani e vecchi, ricchi e mendicanti.   Nel libro Andric' srotola il lungo libro della vita della cittadina di Visegrad con i suoi abitanti turchi, serbi, ebrei ed altri ancora, attraverso episodi tragici e comici: la galleria di personaggi che attraversa le quattrocento pagine del romanzo, è composta da umili e semplici, e l'autore racconta le loro storie con grande partecipazione; sullo sfondo guerre pestilenze e grandi cambiamenti epocali.

E' interessante l'uso del presente come tempo narrativo, quasi a voler significare che le vicende umane sono sempre le stesse attraverso i secoli.
Impressionanti sono le drammatiche storie di due suicidi: quella della giovane sposa Fata che si getta dal ponte durante il corteo nuziale (cap.VIII), e quella del giovane soldato ucraino sognatore innamorato di una ragazza turca che si rivela essere un pericoloso criminale fuggito grazie a questo travestimento (cap.XIII)

Nel corso dei secoli vediamo trasformarsi l'antico caravanserraglio in caserma per i soldati austriaci e poi nell'albergo dell'ebrea Lotika che da questo punto del mondo amministra la sua grande famiglia dispersa nell'impero asburgico.
Proprio attraverso le vicende dell'albergo di Lotika, assistiamo alle trasformazioni economiche e sociali della seconda metà dell'Ottocento.

Dopo la costruzione della ferrovia, il ponte sulla Drina perde la sua importanza come via di comunicazione, i passanti sono sempre di meno e ormai sono sorti altri locali per divertirsi, più moderni e a buon mercato. Nei primi anni del XX secolo la crisi economica e politica sconvolge anche la tranquillità di Visegrad e i giovani sognano l'America.
Per i vecchi invece, nulla sembra cambiato e proprio l'antico ponte ne è la prova. Ma arrivano i bombardamenti della prima guerra mondiale: il ponte, minato dagli austriaci salta in aria e Alihodza, il vecchio imano in un baleno ...rivede tutti gli anni in cui non hanno mai staccato le mani dal ponte, lo hanno pulito, lo hanno ritoccato, ne hanno rafforzato le fondamenta, vi hanno fatto passare l'acquedotto, vi hanno messo l'illuminazione elettrica, e poi un giorno hanno fatto saltare in aria tutto quanto, come si fosse trattato di una parete montana, e non di un'opera pia e di una meraviglia...

Johanna Preiswerk



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